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Il Battesimo è, per i credenti, un sacramento di fondamentale importanza, in quanto consente l’ingresso del neonato in una condizione umana e cristiana.

Esso, però, nel passato, e fino agli inizi del XX sec., presentava aspetti particolari che gli conferivano un valore apotropaico, soprattutto fra le classi subalterne, la cui vita quotidiana era impastata di elementi religiosi e magici..

I bambini, più fragili degli adulti e maggiormente esposti a malanni di ogni genere, avevano bisogno di una tempestiva protezione divina, integrata, all’occorrenza, da scongiuri, formule ed anatemi. Se presentavano problemi gravi di salute già alla nascita e si considerava improbabile la loro sopravvivenza, venivano battezzati in forma privata. Il timore di dovere affrontare situazioni simili induceva i genitori ad infilare nelle fasce dei neonati dei sacchetti di tela, gli “abitini”, contenenti immagini sacre, preghiere, ma anche formule esorcistiche e piccoli feticci: il tutto avrebbe contribuito ad allontanare eventuali presenze demoniache dai bambini.

Normalmente il rito veniva celebrato nelle prime settimane di vita, non appena lo consentiva lo stato di salute della madre la quale, nell’occasione, si purificava dal peccato commesso con l’atto sessuale e poteva finalmente baciare il proprio figlio, senza il timore di trasmettergli la negatività della propria condizione di peccatrice.

Molte donne non avevano piena consapevolezza del significato religioso di questo rito, ma erano ansiose di compierlo, nel timore che i propri figli fossero considerati maledetti e potessero, in questa situazione, essere tormentati da fantasmi orribili, una volta divenuti adulti. Di conseguenza, le formule di rito di cui non riuscivano appieno a comprendere il senso, spesso, venivano involontariamente alterate e trasformate in espressioni prive di significato logico, ma perciò caricate di valenza potente ed arcana.

Il rischio peggiore che correvano i bambini morti senza essere stati battezzati era, secondo le credenze popolari, quello di essere trasformati in “monacelli”, spiritelli dispettosi, pelosi e buffi, connotati da un caratteristico cappuccio rosso in cui erano concentrati i loro poteri. La  presenza in casa di questi esseri fastidiosi era segnalata da “eventi strani e frequenti”:  ci si sentiva mancare il respiro durante la notte,  si avevano visioni inquietanti,  le coperte volavano via improvvisamente. Per neutralizzarli, bisognava strappare loro il cappuccio magico: li si poteva così ricattare e promettere di restituirlo solo dopo che  gli spiritelli avessero rivelato i nascondigli segreti di mitici tesori. Cosa che non accadeva mai, in quanto l’astuzia dei monacelli sopraffaceva, inevitabilmente, l’ingenuità delle vittime.

Ernesto De Martino, etnologo, antropologo e storico delle religioni, in “Sud e magia” (1959),  spiegava queste esperienze, narrate da molti popolani in quanto vissute personalmente, come azioni compiute in uno stato psichico alterato, di vera e propria coscienza dissociata.