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Il matrimonio veniva affrontato con la consapevolezza che si trattasse di un legame indissolubile, nonostante i dubbi e le incertezze derivanti da un rapporto di coppia raramente sostenuto da legami affettivi e sentimentali: nel bene e nel male, sarebbe durato per tutta la vita.

Generalmente si fissava di sabato la data della cerimonia civile e di domenica quella della funzione religiosa. Una volta effettuati i controlli reciproci in merito all’assolvimento degli impegni assunti al momento del “parlamento”, avevano inizio i preparativi per la festa che si protraevano, di solito, per una settimana. Essa doveva risultare, soprattutto presso le famiglie contadine, particolarmente sontuosa, per compensare l’estrema miseria che contrassegnava le condizioni dell’esistenza quotidiana.

Nei giorni precedenti l’evento, le donne della famiglia, spesso aiutate da amiche o vicine di casa, preparavano notevoli quantità di biscotti e di piccoli pani che venivano cotti nei forni a legna. I fornai li trasportavano su tavole di legno e attiravano l’attenzione dei passanti e degli abitanti delle case dei Sassi che si affacciavano lungo il tragitto verso i forni con un richiamo particolare: “U ppen d la z’t!” (Il pane della sposa!). A cottura avvenuta, la tonalità del colore della crosta veniva considerata di buon auspicio o di cattivo presagio, a seconda della propria intensità: doveva essere “dorata” perchè potesse portare fortuna agli sposi.

Due giorni prima della cerimonia, si allestivano gli spazi per i festeggiamenti: di solito, si sgombrava un lamione dagli arredi abituali e vi si predisponevano panche e tavole; le pareti e il soffitto venivano decorati con luci e strisce di carta colorata.

Il venerdì sera, alcune donne della famiglia si recavano nella casa dei futuri sposi per preparare il letto matrimoniale nel quale introducevano, scherzosamente, oggetti che potessero recare disturbo agli sposi, durante l’attesa prima notte, o amuleti che scongiurassero la funesta eventualità che l’unione non fosse consumata.

Il sabato si svolgeva il rito civile: la sposa indossava un abito festivo (gonna di panno, giubbino di velluto e fazzoletto di seta) e si recava in municipio, accompagnata da una parente prossima e seguita da un corteo di donne; lo sposo la raggiungeva, in abito grigio, accompagnato dai propri parenti. Al termine della cerimonia, ritornavano alle rispettive case paterne.

La domenica aveva luogo la celebrazione religiosa, per la quale la sposa indossava, prima degli anni Trenta, un abito di seta colorata, stivaletti o scarpe anch’esse di seta, fiori d’arancio fra i capelli. Successivamente si diffuse l’uso dell’abito bianco e, fino agli anni Quaranta, divenne una consuetudine predisporre per quel giorno due abiti: uno bianco, simbolo di purezza, che veniva acquistato dai genitori dello sposo, assieme alle scarpe, al velo e ai fiori; uno nero, simbolo della perdita della verginità, che veniva indossato in pubblico dopo la prima notte e al cui acquisto provvedevano i genitori della sposa. Lo sposo, a sua volta, in tempi più antichi sfoggiava un abito nero con cravatta bianca che, spesso, veniva conservato con cura per poter essere utilizzato sul letto di morte; a partire dagli anni Quaranta, si diffuse l’uso di abiti grigi più sobri. Non era raro che entrambi gli sposi appuntassero sugli abiti spillette con piccoli amuleti portafortuna, come forbici o ferri di cavallo in miniatura.

Il corteo nuziale si componeva secondo regole bel precise: lo apriva la sposa accompagnata dal padre, seguiva lo sposo con la propria madre; di seguito si disponevano prima i parenti della sposa a coppie e, infine, quelli dello sposo. All’uscita dalla chiesa, l’ordine veniva invertito, ad indicare il passaggio della donna sotto la tutela del marito. In chiesa, le nubili sedevano sull’ala destra e la sposa era affiancata da una parente prossima che, al momento della comunione, le poneva sul capo un fazzoletto di seta, in funzione protettiva contro eventuali forze malefiche delle quali poteva diventare facile preda, una volta purificata dal sacramento. Al termine della cerimonia, gli sposi rendevano pubblica la propria unione compiendo un giro fra le strade dei Sassi e scegliendo un percorso alternativo a quello dell’andata, per ingannare e disperdere gli spiriti maligni sempre in agguato.

A questo punto aveva luogo l’abbondante pranzo nuziale per la preparazione del quale chi poteva permetterselo, a volte ed in via del tutto eccezionale, assumeva un cuoco esperto. Sulla tavola si susseguivano, per ore, i piatti tradizionali tipici delle grandi feste: brodo di agnello con le cicorielle, pasta con il ragù, arrosto con interiora di agnello, frutta, dolci, vino e rosolio a volontà; l’intervallo con la cena era impegnato con balli ed allegre conversazioni.

Al termine dei festeggiamenti, gli sposi venivano accompagnati alla nuova abitazione; la donna veniva sollevata fra le braccia, per evitare che toccasse la soglia della casa nei pressi della quale potevano essere presenti le costantemente temute forze maligne; capitava che gli amici si attardassero, fuori dell’abitazione, e tentassero allegramente di disturbare, con canti e suoni, l’unione carnale dei novelli coniugi. Il giorno seguente avveniva il rigoroso controllo, effettuato dalla madre dello sposo, dell’avvenuta perdita della verginità da parte della nuora, spesso completato dall’esposizione delle lenzuola macchiate di sangue. Possiamo immaginare le tragedie che seguivano un mancato riscontro positivo.

A Matera, nei secoli scorsi, si è conservata a lungo la tradizione del “Morgengab” o dono del mattino, di origine longobarda: il marito, in segno di ringraziamento per l’avvenuta consumazione del matrimonio, faceva dono alla moglie di abiti, soldi o gioielli; presso le famiglie benestanti ciò consentiva alle donne di disporre di una dote personale, utile soprattutto in caso di eventuale vedovanza.