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Alla fine del XVIII sec., quando Matera era ancora sede della Regia Udienza, l’istruzione veniva impartita nelle scuole primarie parrocchiali, nella Regia Scuola (fondata nel 1770 e soppressa nel 1799) e nel Seminario Diocesano.

Nelle scuole primarie s’insegnava a leggere, scrivere, a far di conto e s’impartivano nozioni di catechismo e di morale; erano scarse e funzionavano in modo irregolare, in quanto poco frequentate. La tassa di frequenza di ciascun alunno era di un carlino, per cui i contadini, che non potevano affrontare tale spesa per la numerosa prole, preferivano tenere i figli a casa e avviarli ancora giovanissimi al lavoro.C’è da dire, comunque, che il bisogno dell’istruzione primaria non era sentito neppure dai possidenti e dai patrizi, infatti non era raro che membri della municipalità e lo stesso sindaco, eletti fra i notabili, non sapessero firmare. Tale situazione sollecitò una disposizione di legge, nella prima metà dell’800, secondo la quale almeno un terzo degli esponenti del governo cittadino doveva saper leggere e scrivere.

Nel 1840, una circolare dell’Intendente escluse gli ecclesiastici dall’insegnamento, in conseguenza dell’influsso delle idee liberali sulla politica borbonica: i laici sostituirono i sacerdoti, ma la situazione delle scuole e la diffusione dell’istruzione non migliorò; poco dopo, il clero fu riabilitato e, in aggiunta, fu riconosciuto ai vescovi il diritto esclusivo di scelta degli insegnanti e dei libri.

Nelle successive evoluzioni della scuola, in senso più laico e borghese, comunque rimase scarsa l’evoluzione culturale: da alcuni secoli la società era statica, lontana da ogni aspirazione al progresso, incapace di sollecitare le coscienze e favorire l’elevamento dell’animo umano. In essa, saldamente ancorata alle proprie basi di pregiudizi e passività, non penetravano le nuove idee di libertà, di patria, di libero pensiero: riguardavano la gente di studio e si riferivano ad una nazione lontana ed astratta. Se i notabili e i nobili seguivano le vicende del Risorgimento con simpatia, il popolo, schiavo e inanimato, che conosceva solo i paesi vicini, non ne fu toccato, impegnato ad assicurarsi il minimo indispensabile per sopravvivere, fra fatiche, patimenti e assoggettamento psicologico ad un sistema sociale che si era fortemente stabilizzato nei secoli. Il Cattolicesimo aveva avuto modo e tempi sufficienti per uniformare l’istruzione scolastica ad un complesso inerte di precetti, riti e rispetti che difficilmente avrebbero potuto sollecitare risvegli di coscienze e consapevolezza di diritti e potenzialità.

Dopo il 1860, il Seminario, rimasto del tutto deserto, fu convertito in Corso ginnasiale e liceale; successivamente, fu creata una Scuola Tecnica, annessa al Liceo, per cui la città parve assumere l’aspetto di un tranquillo e raccolto centro di studi, ma il livello della cultura rimase basso, in quanto le scuole primarie e medie continuarono ad essere scarsamente frequentate dai figli del popolo, ancora saldamente imbrigliato nelle maglie del bisogno e dello sfruttamento sistematico da parte di nobili, borghesi ed esponenti del clero.

I dati relativi all’istruzione scolastica, risalenti alla fine del 1800 e agli inizi del 1900, indicano una lieve tendenza al miglioramento, ma rivelano un quadro fallimentare se confrontati con la situazione scolastica del centro e del nord Italia: nelle statistiche della Pubblica Istruzione, la Basilicata risulta all’ultimo posto.

Solo nel Secondo Dopoguerra si rilevano dati significativi di riduzione dell’analfabetismo ed è senz’altro a tale periodo storico che si può fare risalire l’avvio di un lento processo di evoluzione culturale, proteso verso l’impegno, la partecipazione e il miglioramento sociale, attraverso la rottura di quella crosta di consuetudini che avevano per troppo tempo determinato una totale immobilità morale, politica ed economica.