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Gli atti notarili conservati a Napoli, nell’Archivio di Stato, fanno risalire all’XI secolo l’origine del demanio a Matera e alla dominazione dei Normanni le prime donazioni di terre ai monasteri.

Nei secoli successivi, la città perse la sua demanialità e divenne feudo, ma non fu interrotta la consuetudine, da parte dei feudatari, di donare le terre a chiese e monasteri; secondo le platee dei beni ecclesiastici del Procuratore del registro di Matera, le proprietà ecclesiastiche si rafforzarono, a seguito di continue donazioni, soprattutto nel XVI secolo, cioè nel periodo in cui la città passava da un feudatario all’altro.

Erano terre sottratte ai demani della Università (Comune), nei quali erano consentiti ai cittadini gli “usi civici”, fra cui quello di raccogliere la legna.

Il primo patrimonio ecclesiastico, così costituito, si ampliò, successivamente, grazie all’opera di esponenti del clero che incoraggiavano le donazioni private, soprattutto con testamenti “de anima”, in cambio di protezione accordata ai donatori e previa la stesura di atti notarili con i quali si impegnavano a celebrare, periodicamente, delle messe in suffragio delle anime dei defunti benefattori.

Fra la seconda metà del 1700 e la prima metà del 1800, a Matera era presente un clero numerosissimo, maschile e femminile, suddiviso in Capitoli, Monasteri e Cappelle (circa ventuno); esso occupava una posizione di assoluta preminenza nella comunità, sia perchè la città era sede di arcivescovado, sia perchè poteva contare su enormi ricchezze, franche da imposte fino al 1741 e poi gravate solo per metà dai carichi pubblici.

Del clero regolare si hanno scarse notizie, mentre appare chiara la condizione del clero secolare che proveniva dalle famiglie signorili, le quali cercavano di mantenere le proprietà e di accrescere il proprio prestigio attraverso la Chiesa; esso esercitava un forte ascendente fra la plebe, anche se non sempre si distingueva per cultura e, a volte, per onestà di costumi. Oltre che della cura delle anime, il clero si occupava dell’amministrazione dei beni della Chiesa: ai due terzi della proprietà terriera del tenimento di Matera (come si evince dal catasto onciario del 1754), si erano aggiunti, nel tempo, numerosi altri immobili (case, botteghe e fabbricati vari) che piccoli e grandi proprietari offrivano spontaneamente, soprattutto in concomitanza con pestilenze, guerre e carestie. Sugli architravi di numerosissime abitazioni dei Sassi sono ancora oggi visibili simboli religiosi, come teste di angeli e ostensori, o acronimi (il più diffuso è CME = Capitulum Metropolitanae Ecclesiae) che ne indicano, appunto, l’appartenenza passata alla Chiesa.

Risulta singolare il fatto che, se era diffusa la tendenza da parte dei privati a donare i propri beni alla Chiesa, al contrario non emerge dalle carte notarili alcun testamento di sacerdote in favore della stessa: i preti donavano ai parenti.

Oltre che dalle donazioni testamentarie, il patrimonio della Chiesa era alimentato dalla riscossione di tasse e gabelle, come lo scannaggio, dazio che si pagava sulle carni macellate e fruttava tanto denaro. Molto scalpore ha suscitato la richiesta scritta, pervenuta nell’agosto di quest’anno da parte della Diocesi a circa duemila Materani, del pagamento del “canone enfiteutico”, gabella medievale relativa ai terreni su cui sono sorte le loro abitazioni e di cui la Chiesa era, in passato, proprietaria. Senza tenere conto del fatto che, nel corso dei secoli, quei terreni hanno cambiato decine di proprietari, dinanzi alle proteste dei cittadini, alcuni esponenti della Diocesi si sono difesi ricordando che “nel 1600, quasi tutta Matera era di proprietà della Chiesa”.

Il patrimonio personale di molti sacerdoti, invece, aumentava con l’esercizio del prestito di denaro ad alto interesse: fra il 1828 e il 1839 furono accesi molti mutui, i più lucrosi dei quali furono quelli del clero (interesse medio del 10%). Quest’ultimo, inoltre, si occupava dell’istruzione primaria, remunerata dal Comune, nelle scuole parrocchiali e dell’istruzione media nel seminario arcivescovile, creato nel 1671 da mons. Lanfranchi.

Un ruolo importante, infine, ebbe il clero nella scelta dei deputati, attraverso il sistema delle elezioni parrocchiali, che nel 1820 e nel 1848 elessero a Potenza i deputati al Parlamento napoletano, nonchè nella scelta dei decurioni per l’Università (Comune) e dei consiglieri distrettuali e provinciali.