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La magia ha sempre svolto un ruolo fondamentale nella vita delle classi subalterne che dovevano, quotidianamente, affrontare un’esistenza precaria e connotata in modo negativo da una struttura socio-economica in cui pochi benestanti sfruttavano il resto della popolazione.

L’insufficiente disponibilità dei beni elementari della vita, la pressione di forze naturali e sociali incontrollabili, l’incertezza di positive prospettive future, l’assenza di forme stabili di assistenza sociale, il peso insostenibile della fatica quotidiana, l’estrema ristrettezza di comportamenti razionali finalizzati ad affrontare in modo realistico i momenti critici dell’esistenza hanno favorito, nel tempo, il mantenimento di svariate pratiche afferenti alla magia.

Essa offriva agli uomini una struttura protettiva in cui le azioni trovavano un senso ed un percorso tracciato, affinchè si risolvessero positivamente le situazioni più frustranti ed insostenibili; prospettava un ordine metastorico (come  la mitologia, la religione, l’astrologia, la chiromanzia) che consentiva di affrontare l’incertezza della vita quotidiana e impediva il naufragio psicologico dell’individuo nelle negatività che si susseguivano nella sua esistenza. Ogni intervento magico, infatti, prevedeva una sequenza di azioni, non ristrette dall’angustia dei comportamenti razionali, di cui anticipava il buon fine nella neutralizzazione della straordinaria potenza delle “forze negative”.

Le pratiche magiche, inoltre, davano all’individuo l’illusione di “agire” in modo virtuale, diremmo oggi, e gli consentivano di annullare la frustrazione provata per l’ incapacità e l’ impossibilità di cambiare il destino, proprio e dei familiari, attraverso azioni concrete e rivoluzionarie: la convinzione che la sorte di ciascun individuo fosse determinata, nel bene e nel male, da forze soprannaturali portava, paradossalmente, ad un’accettazione rassegnata del proprio destino ed alla convinzione che le uniche reazioni possibili dovessero incanalarsi in rituali e comportamenti irrazionali.

In tal modo, la magia, alimentata e giustificata dall’ignoranza e dalla conseguente inconsapevolezza dei propri diritti, contribuiva a fornire una base stabile ad un sistema sociale fondato sull’ingiustizia, in cui l’egoismo e l’avidità di pochi traevano sostentamento dallo sfruttamento di interi strati della società.

In questa necessità di “protezione” rientrava l’uso degli “abitini”, sacchetti di stoffa, solitamente di forma rettangolare, che venivano appesi al collo dei neonati durante la cerimonia del battesimo e li doveva seguire  (anche appuntati con una spilla da balia agli indumenti intimi) durante tutta la vita, soprattutto in momenti particolarmente importanti: affari, malattie, matrimonio…

Il contenuto dei sacchetti magici era un miscuglio di elementi sacri e profani: figurine di santi, una fettuccia di “stola di prete”, tre chicchi di grano o di sale o di pepe, pezzi di ostia, spilli o aghi legati a croce, pezzi di corda della campana di una chiesa…

L’abbinamento degli elementi avveniva a discrezione della “masciara” che li confezionava e, nel tempo, subiva variazioni, a seconda del momento critico che i diversi portatori dovevano affrontare.

Gli abitini dei primogeniti avevano particolari virtù, per cui si appendevano ai loro colli anche quelli appartenenti a coloro che non avevano la fortuna di essere primi nati, in modo da assicurare anche a questi ultimi, per procura, sacchetti particolarmente efficaci.

La forma degli abitini li associava al velo organico (la cosiddetta “camicia”), di cui rappresentavano la simbolica continuazione.