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L’idea che la morte svolgesse una funzione livellatrice veniva respinta nel vecchio sistema di vita in cui fra i privilegiati e l’umanità ad essi sottoposta intercorrevano unicamente legami di dipendenza e di servitù. La Chiesa assecondava tale polarizzazione sociale affidando al suono di differenti campane l’annuncio del decesso di un aristocratico o di un popolano: per il primo si usava lo “squidde”, per il secondo lo “squidduzze”. Il numero dei rintocchi presentava ulteriori variazioni: sette per l’uomo, cinque per la donna; per i bambini avevano un suono meno cupo.

Il decesso avveniva di solito in casa, molto raramente in ospedale. I familiari provvedevano a fornire al moribondo tutti i conforti religiosi e i congiunti più stretti si occupavano della vestizione e della sistemazione della salma, in modo che avesse una postura composta e dignitosa: legavano dei panni arrotolati intorno ai piedi e al capo, in modo che la bocca restasse chiusa e i piedi uniti. Nella bara si ponevano alcuni oggetti a cui il defunto era particolarmente legato o di cui avrebbe potuto aver bisogno nell’al di là. La salma veniva disposta con i piedi rivolti verso l’ingresso dal quale sarebbe dovuta uscire.

La veglia funebre durava tre giorni, per consentire ai parenti che vivevano lontano o abitavano in campagna di giungere in tempo per parteciparvi. La camera ardente veniva allestita nel vano più grande o nell’unico ambiente nel quale si viveva; si sistemavano delle sedie intorno alla bara, si coprivano gli specchi, per evitare lugubri riflessi o vanitose distrazioni. Aveva inizio, quindi, il lamento funebre che, secondo le ricerche di Ernesto De Martino, si articolava in tre momenti: la scarica di impulsi, con tendenze autolesionistiche; le stereotipie verbali mimiche e melodiche; l’adattamento del dolore al caso concreto. Era in quest’ultima fase che le donne lodavano il defunto e ne sottolineavano l’elevatezza morale e le doti che lo avevano contraddistinto in vita. I più benestanti si facevano affiancare dalle prefiche, lamentatrici a pagamento che, con le proprie prestazioni plateali e coinvolgenti, amplificavano l’espressione del dolore dei parenti.

Anche il corteo funebre aveva una composizione diversa, a seconda dell’estrazione sociale del defunto: i benestanti si assicuravano la partecipazione di numerosi sacerdoti (il capitolo o il mezzo capitolo) e delle orfanelle degli istituti religiosi della città, a volte anche della banda musicale. Un tempo vi partecipavano solo gli uomini, in seguito iniziarono a parteciparvi anche le donne; esso era capeggiato dai parenti dello stesso sesso di chi era scomparso. Il feretro, in passato, veniva trasportato a spalle da parenti o amici; successivamente si usarono carrozze trainate da due cavalli, più o meno sontuose, sempre a seconda del censo dei dolenti. Ai funerali dei membri della Confraternite religiose partecipavano tutti i componenti delle associazioni, muniti del proprio stendardo e rigorosamente in divisa.

Conclusasi la cerimonia religiosa, il corteo proseguiva verso il cimitero di Via IV Novembre; i conoscenti porgevano, all’ingresso, le condoglianze ai parenti che, da soli, assistevano alla tumulazione.

Dopo i funerali, i parenti più stretti portavano a casa del defunto il consòlo, “u cunz”, una cena a base di pasta in brodo di carne; tale consuetudine si ripeteva nei giorni successivi, dal momento che i congiunti del defunto non potevano uscire, non si recavano nemmeno al lavoro e ricevevano le visite di condoglianze.

Seguiva un periodo di lutto stretto durante il quale gli uomini non si radevano, per accentuare lo stato di prostrazione interiore, e applicavano una fascia nera al cappello e alla manica sinistra della giacca o del cappotto; le donne vestivano interamente di nero, calze e fazzoletto in testa compresi. Il lutto stretto aveva una durata variabile, in base al legame di parentela con il defunto: poteva durare da uno a più anni. Si passava, quindi, al “mezzo lutto”, con l’inserimento di qualche indumento scuro, ma non nero; infine veniva eliminato completamente. Molte vedove portavano il lutto a vita, per scelta o per il susseguirsi di decessi in famiglia.

Secondo la tradizione popolare, alcune anime non riuscivano a trovare pace e vagavano, in pena. In diversi racconti degli anziani, che spaventavano terribilmente bambini e giovani e frenavano le velleità avventuriere di alcuni, ricorrevano incontri inquietanti con defunti, alla ricerca del riposo eterno, che non disdegnavano il contatto con i vivi. Il 2 novembre, inoltre, si riteneva che avesse luogo la “processione delle anime del Purgatorio” che dalla Chiesa di S.Pietro Caveoso raggiungeva Piazza Sedile, proseguiva verso la Chiesa del Purgatorio, scendeva lungo Via Pennino e ritornava al punto di partenza.

Inutile sottolineare che, durante quella notte, le strade dei Sassi restavano deserte e diventavano il regno delle ombre.