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Parlare di un evento mentre è ancora in divenire non aiuta a narrarlo in modo obiettivo: generalmente si preferisce raccontarlo al suo compimento e dargli un giudizio definitivo, positivo o negativo che sia e al netto di tutti i vissuti emotivi delle persone che vi sono state coinvolte.

Dal punto di vista antropologico, invece, sono proprio questi elementi, sui quali a volte si opera una vera e propria ellissi storica, che connotano l’avvenimento e ne danno un’esaustiva portata sociale.

La nomina di ECOC (European Capital of Culture) 2019 è stata per Matera un accadimento di portata straordinaria: anche i Materani che fino a quel momento avevano guardato ai Sassi come ad un fardello complicato da gestire e avevano considerato incomprensibilmente stravaganti i concittadini che si erano avventurati nel recupero di alcuni immobili degli antichi rioni, in tempi non sospetti e per passione personale, si sono resi conto di essere custodi e gestori di un patrimonio storico, artistico, architettonico incommensurabile.

Di conseguenza, si sono accesi i sogni di migliaia di persone e le aspettative hanno cominciato a spaziare dai servizi pubblici (infrastrutture, università potenziata, siti culturali, gestione dei flussi turistici…) al miglioramento delle condizioni economiche di tutti e di ciascuno, soprattutto con riferimento all’occupazione giovanile e ai probabili investimenti non solo nel settore turistico, ma anche e soprattutto in quello culturale.

A dire il vero, anche una lettura attenta del corposo dossier che giustificava la nomina e prefigurava le azioni da mettere in essere entro il 2019 non ha incoraggiato l’elaborazione onirica: ad alcuni appariva troppo evanescente nei suoi intenti, ad altri in gran parte incomprensibile e lontano, infarcito com’era di anglicismi che svolgevano quasi un’azione intimidatoria verso i più.

Sono seguiti anni di attività frenetiche, sia da parte dei privati che da parte delle menti preposte a decidere per il bene comune (Fondazione, Enti locali).

I primi si sono affrettati ad investire in strutture di accoglienza e ristorazione, con la conseguenza di moltiplicarle in modo inverosimile nei Rioni Sassi in cui il numero dei residenti, per contro, si è dimezzato; le seconde, alternativamente, hanno profuso le proprie energie nella ricerca di equilibri politici e gestionali non sempre condivisi dalla popolazione o nell’organizzazione di eventi periodici spesso rivelatisi effimeri , poco costruttivi e con scarse ricadute economiche durature sul territorio.

I progetti di molte strutture culturali e infrastrutturali previste (museo DEA, teatro, miglioramento dei collegamenti ferroviari, parcheggi, punti di informazione…), di competenza degli uni o degli altri, sono stati rivisti/ridimensionati/disattesi o, a tutt’oggi, appena resi operativi; non si è tentato di valorizzare, promuovere e mettere in rete i presidi culturali già esistenti né  si sono individuate definitive soluzioni per situazioni critiche inerenti a enti di prestigio locali (Biblioteca Provinciale, Archivio di Stato).

Le risorse umane locali (professionisti, studiosi, storici) non hanno avuto l’auspicato coinvolgimento nel percorso fin qui effettuato e l’opinione negativa (accompagnata da proposte costruttive) di numerosi cittadini in merito a controverse decisioni da parte di amministratori e organizzatori, presenti nei presidi decisionali di cui sopra, sono state sistematicamente osteggiate e vissute con estremo fastidio.

In questo quadro già di per sé complicato si inserisce il dilemma esistenziale che colpisce tutte le località a forte attrazione turistica: come individuare la linea di confine oltre la quale si rischia di perdere la propria unicità e di sacrificare la Storia al folclore, alla spettacolarizzazione e alla mercificazione senza limiti?

Va da sé che su quest’ultimo punto, più che sulle incongruenze programmatiche esposte, la popolazione è spaccata: le esigenze economiche, le aspettative conseguenti agli investimenti effettuati, la sensibilità ai temi storici e antropologici sono varianti che determinano la scelta di campo.

E quindi, a pochi mesi dal 2019 quale atmosfera si respira in città?

Lo stato d’animo che si avverte fra i Materani è variegato e, a volte, contraddittorio: l’anno fatidico è atteso con un’ansia di prestazione mista alla certezza di poter, comunque, contare sulla bellezza dei Sassi che non potrà essere offuscata da recenti e discussi interventi di recupero.

C’è chi teme che la bolla dell’eccezionale interesse si ridimensioni fortemente, subito dopo; chi si aggira smarrito fra le piazze e le strade rese irriconoscibili e, quasi, impraticabili dal proliferare di sedie/tavolini/ombrelloni e da cantieri che spuntano come funghi, a tempo quasi scaduto; chi contrappone ai numerosi gufi vaganti la certezza di una prestazione finale accettabile e onorevole, confidando in un tardivo ritrovato buon senso da parte dei detentori del potere decisionale; chi confida nei ministri interessati del nuovo governo per un’attività rigorosa di controllo che sproni ad azioni positive e concrete; chi ha perso ogni speranza di vedere la propria città finalmente dotata di adeguate infrastrutture e non vede l’ora di lasciarsi alle spalle questo deludente avvenimento; chi ha sperato di vedere rientrare i propri figli emigrati, ma si è reso conto che per loro si apre un ventaglio di occupazioni molto ristretto e quasi esclusivamente inerente alle attività di accoglienza e ristorazione; chi non nasconde la propria insofferenza verso i vari colonizzatori culturali che pretendono di insegnare agli autoctoni come valorizzare la propria cultura, magari rinunciando un po’ ad essere se stessi; chi, deluso per non essere stato apprezzato nelle proprie qualità professionali, cerca di limitare i contraccolpi psicologici ripetendosi, come un mantra, che nessuno è profeta in patria; chi scavalca tutti questi sentimenti con notevoli qualità acrobatiche e si vede proiettato nei giorni futuri in cui, in occasione di manifestazioni ed inaugurazioni varie, accanto alle autorità nazionali, potrà finalmente vivere momenti di gloria.

Tante situazioni, quindi, ciascuna delle quali si sviluppa in molteplici sfumature e sfaccettature; il tutto condito da una sottile e serpeggiante amarezza che spinge alcuni a provare, addirittura, nostalgia per il passato, quando la città non era al centro dei riflettori internazionali e non era oggetto della sovraesposizione mediatica di oggi.

L’evento di Matera 2019 viene vissuto oggi come altamente divisivo da gran parte dei cittadini che si sono visti coinvolti non in sani e costruttivi confronti di idee, ma in scontri spesso rancorosi, esacerbati da prese di posizioni supponenti ed arroganti, sostenute, a volte, perfino da un conclamato disprezzo fra le parti contrapposte.

Chissà che narrazione avrà tutto ciò nei libri che esporranno la storia della nostra città!

Senz’altro, e ce lo auguriamo, sarà riportato in tutta la sua valenza positiva, come pietra miliare fra un prima e un dopo, nel processo storico, etnico e culturale dell’intera città. Non ci sarà traccia dei sentimenti, delle illusioni, delle delusioni, delle aspettative, dei timori, delle speranze, dei risentimenti, delle lacerazioni che si sono insediati nell’animo dei Materani, ma questo accade nella registrazione di qualsiasi avvenimento storico, sebbene in misura variabile.

Un fatto è certo: i Materani, dopo, saranno diversi rispetto al periodo precedente il 17 ottobre 2014. E questo sarà il vero evento.