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Le case dei Sassi di Matera erano malsane, per la particolare struttura delle abitazioni (in parte o tutte scavate, con unica presa di aria e luce dall’ingresso), per la mancanza di rete idrica e fognaria, per la convivenza con gli animali.

A pagare le conseguenze di tali situazioni erano soprattutto i bambini che, nei primissimi anni di vita, erano sottoposti ad una feroce selezione naturale: il 40% di essi non arrivava all’adolescenza.

Le cause della loro morte erano molteplici: bronchiti, polmoniti, febbri tifoidee, affezioni intestinali varie, malattie infantili, tubercolosi. Quest’ultima, il cui contagio era certamente favorito dalla condivisione degli spazi abitativi con gli animali, trovava facile diffusione attraverso il contatto con la saliva degli ammalati o dei portatori sani: spesso, infatti, l’infezione risultava asintomatica ed il male latente. Era molto facile per i bambini contaminarsi con la saliva degli adulti, in quanto fra gli uomini era diffusa l’abitudine di masticare il tabacco e liberarsene sputando ovunque; sappiamo che la strada era il luogo in cui i bambini giocavano abitualmente, senza osservare alcuna previdente cautela igienica, come evitare di toccare il selciato o lavare frequentemente le mani. Le goccioline di saliva emesse con la tosse secca e con gli starnuti estendevano il contagio fra gli adulti.

Fino agli anni 50 del 1900, la tubercolosi era considerata una malattia grave, invalidante e, alla lunga, mortale se non diagnosticata e curata tempestivamente. Durante il Fascismo si cercò di arginare la sua diffusione con una campagna di prevenzione estesa su tutto il territorio italiano: furono apposti nei luoghi pubblici dei cartelli che vietavano fermamente di sputare per terra, pena gravi sanzioni. Divenne obbligatoria l’installazione in uffici, botteghe, luoghi di intrattenimento, spazi comuni al chiuso o all’aperto delle famigerate sputacchiere che, se da un lato risultavano rassicuranti, dall’altro suscitavano, inevitabilmente, notevole disgusto.

Nel Museo Laboratorio della Civiltà Contadina e degli antichi Mestieri di Matera, il cartello del divieto è affiancato da un diploma di benemerenza rilasciato nel 1933 dall’Associazione Nazionale Antiblasfema all’Ufficio Igiene e Sanità del Comune di Matera, “per aver nobilmente contribuito alla diffusione del cartello antitubercolare antiblasfemo a beneficio della lotta contro la tubercolosi”.

 


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