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Le brigantesse

di | Temi culturali

Le donne partigiane sono sempre state rappresentate circondate da un alone positivo, miscuglio di coraggio e romanticismo.

Per definire le brigantesse, invece, nei verbali redatti dai militari che le catturavano, si usavano termini dispregiativi: druda… ganza… prostituta, insomma.

Oggetto di violenze e soprusi da parte dei galantuomini, che le consideravano parte integrante dei propri possedimenti, erano segnate a vita dalla miseria; quando un maschio della famiglia diventava brigante, subivano pressioni e vessazioni insopportabili da parte dei soldati piemontesi che, nei casi migliori, le sottoponevano ad arresti prolungati ed interrogatori continui.

Era preferibile, perciò, affrontare la clandestinità e il pericolo delle armi; rischiare la vita per dare libero sfogo a rabbia e frustrazione; sperare, perchè no, in una vita meno miserabile.

Non sempre furono solo sorelle, figlie, mogli, amanti di briganti: a volte furono capobanda autonome, all’altezza del ruolo svolto, dotate di coraggio, intraprendenza e, spesso, inaspettata ferocia.

Molte di esse, una volta catturate, furono violentate e uccise con altrettanta crudeltà; i loro corpi straziati e denudati furono fotografati e lasciati esposti nelle piazze, come macabri trofei.

Aree espositive del Museo correlate

Espressione del profondo malcontento che travaglia il Mezzogiorno, il brigantaggio non fu, come molti supposero, una piaga di carattere politico, ma fu, ed è tuttavia una piaga essenzialmente sociale, di carattere cioè morale ed economico. Il brigante è, nella maggior parte dei casi, un povero agricoltore o pastore di tempra meno fiacca e  servile degli […]

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